La gru cenerina non c’è più. Finiti i bei tempi dei suoi nidi in Italia. Alta un po’ più di un metro e dalle caratteristiche piume grigie, risulta tra le sei specie estinte nelle epoche più recenti, insieme alla quaglia tridattila, piccolo uccello simile alla quaglia comune, il gobbo rugginoso, anatra dal becco turchese, il rinolofo di Blasius, pipistrello dalla soffice pelliccia, lo storione e lo storione ladano, il più grande di tutti gli storioni.
Tutti questi animali, che una volta abitavano la nostra penisola, sono finiti nella
E non basta ancora: secondo le stime degli studiosi, sono quasi 270 le specie che rischiano grosso. Tra queste, lo squalo volpe, l’anguilla, la trota mediterranea, il grifone, la pernice bianca e l’orso bruno che, dati alla mano, sembra conti non più di 30, 35 capi sulle Alpi, meno di 55 sugli Appennini.
Sempre meno ricchezze
Finora, il nostro Paese è stato il primo in Europa per ricchezze naturali: la sua fauna, tra oasi, parchi e riserve, conta più di 57 mila specie, circa 56 mila invertebrati e oltre 1000 vertebrati, mentre la flora ne ha almeno 5.600. In pratica, circa il 43% di quelle presenti in Europa. Ma la certezza di rimanere in vetta sta svanendo. Molti animali si stanno decimando, sia sulla terraferma sia nelle acque: sembra sia in pericolo il 68% dei vertebrati e il 40% delle piante.
Le principali minacce sono sempre le “solite”, ormai note: la distruzione degli ambienti naturali per fare posto all’agricoltura intensiva che, oltretutto, utilizza pesticidi di vario genere. E poi l’inquinamento dell’aria e la caccia illegale. Per gli abitanti dei mari, invece, la prima causa di mortalità è la cattura nelle reti utilizzate per pescare le specie destinate al commercio.
Nella “lista rossa” degli animali in pericolo c’è un po’ di tutto. Anche quelli apparentemente comuni, come il ghiro e lo scoiattolo rosso, messo in minoranza dalla agguerrita specie americana, introdotta in Europa e nei parchi italiani negli anni Cinquanta. E poi altri piccoli roditori, e persino le lucertole e varie specie di formiche e farfalle.
Anche i pipistrelli si stanno riducendo di numero. Rappresentavano quasi la metà delle specie di mammiferi italiani, ora rischiano di perdere questo primato. Patiscono la distruzione delle loro aree di rifugio, con tanto di taglio degli alberi e disturbo delle grotte. Per non parlare dell’uso delle sostanze nocive nell’agricoltura.
Lungo l’elenco dei volatili a rischio. Tra i tanti, rimangono poche aquile del Bonelli, 12, 15 coppie al massimo, concentrate in Sicilia, come pure si sta riducendo il capo vaccaio, piccolo avvoltoio di origine africana. Poche centinaia di coppie anche di lanario, falco di media taglia, lungo una cinquantina di centimetri, sparse dalla Toscana alla Sicilia e tuttora minacciato dalla caccia illegale e da uno “sport” decisamente particolare: il prelievo delle uova dai nidi.
Declino pure per la lince: la popolazione alpina, circa 120 esemplari, sta soffrendo, soprattutto nelle Alpi orientali. Come il lupo: mentre nel resto d’Europa vive abbastanza tranquillo, in Italia la popolazione è di soli 500, 800 individu
Acque impoverite
Anche i fiumi e i laghi italiani stanno perdendo il loro patrimonio. Sono decine le specie di pesci considerate ormai quasi estinte. Rischia di sparire pure la piccola tartaruga d’acqua dolce, decimata dalle più aggressive tartarughe di specie non italiane buttate nei corsi d’acqua dall’uomo, stanco di tenerle in casa.
La lontra sopravvive in Basilicata, Campania, Calabria e Molise, con circa 250 capi distribuiti lungo i fiumi, ma è minacciata oltre dall’inquinamento delle acque, dalle auto che le prendono sotto.
Nelle acque marine iniziano a scarseggiare la balenottera comune, il tursiope, grande delfino lungo fino a 4 metri, le razze e le mante; molto rari gli avvistamenti di foche monache, del resto scarsissime in tutta Europa, nemmeno 250 in tutto. Stessa sorte per le orche, numerose specie di squalo e il piccolo cavalluccio marino.
Buone notizie
In questo scenario sconfortante, qualche animale riesce per fortuna a non soccombere. Ad esempio, il camoscio appenninico, con una popolazione tornata a 700, 800 esemplari e lo stambecco alpino. È tornato sulle 10 mila unità il capriolo italico, ha recuperato il cervo sardo, ridotto fino a qualche anno fa a poche decine di capi per colpa della caccia: ora si aggira sui duemila individui. Anche se la minaccia del bracconaggio è sempre dietro l’angolo.
© Gianna Boetti - Mondo Erre


