Tiziano Ferro è una delle star più amate a livello nostrano e internazionale. Ha costruito la sua solida carriera piano piano, agguantando il successo nel 2001 con il cd di debutto Rosso relativo per non farselo più sfuggire. Oggi è un artista completo e curioso: scrive per altri colleghi, duetta con stelle di grande fama, riempie i palasport e questa estate lo attendono gli stadi.
Una carriera, dunque, di prestigio, che il cantautore di Latina ha deciso di ripercorrere realizzando un album, TZN - The best of Tiziano Ferro, che raccoglie tutti i suoi successi con l’aggiunta di di parecchie sorprese. Mondoerre lo ha incontrato per scoprire il suo mondo musicale.
L’intervista
Tantissime canzoni note, molti inediti: una ricchezza inconsueta per essere un “best of”…
Nel 2011 la casa discografica mi aveva chiesto di fare un’antologia per celebrare i 10 anni della mia carriera. Non ho voluto, perché in realtà non erano 10 anni di carriera; Xdono (il primo brano di grande successo di Tiziano, nda), del 2001, non è l’inizio della mia storia.
Ho incominciato a scrivere canzoni nel 1996-97, facendo il corista e molte altre esperienze che mi hanno formato musicalmente. Per me era quindi importante iniziare una raccolta da quel periodo: io sono nato allora artisticamente. Il titolo best of, dunque, non è corretto proprio perché questo album è la mia scatola della memoria e contiene tutto: è rimasto fuori poco di quello che ho fatto.
Per me le raccolte e le compilation hanno sempre avuto due significati: con il passaggio dal vinile al cd selezionavo le canzoni legate a dei ricordi, oppure coglievo l’occasione dei best per scoprire artisti che non avevo avuto modo di conoscere. Con il mio album volevo unire entrambi questi aspetti.
In quale modo vivi oggi il tuo lavoro e il tuo successo?
Ogni giorno mi chiedo se sto facendo la cosa giusta. Vivo la musica in maniera molto disincantata; non mi do mai per scontato, anche se sono molto meno teso di un tempo.
Senza scappare mai più è stato il brano apripista dell’album: cosa ci racconti di questa canzone?
Inizialmente l’avevo intitolata Correrei; è un brano nato da un momento di crisi, e io nei momenti di crisi scappo. Sono andato a vivere per alcuni anni in Messico e a Londra, ma mettere fusi orari e paralleli tra me e la crisi non è servito: allontanarsi non è la risposta. Scrivendo il pezzo ho capito che stavo cadendo nello stesso trabocchetto della fuga. Ho quindi voluto trasformare la crisi perché diventasse il punto di luce d
a cui ripartire, per cui l’ho battezzata Senza scappare mai più. È un buon proposito che voglio mantenere.
C’è un inedito, Lo stadio, che sembra introdurre i tuoi prossimi appuntamenti dal vivo.
L’ho scritta infatti per sdrammatizzare un nervosismo positivo che mi prende al pensiero del tour negli stadi. Quando mi proposero la prima volta di fare un concerto in questo tipo di spazi, pensavo di non essere la persona adatta. Il mestiere del cantante è molto bello, ma spesso è anche ripetitivo: fai un singolo, il disco, le interviste, il tour. L’idea di fare concerti allo stadio ti obbliga a confrontarti con qualcosa che non sai fare: la prima volta ho avuto la fortuna del principiante e ho ricevuto tanto amore da parte del pubblico. Per il prossimo tour mi sto già preparando.
In che modo?
Ho guardato come fanno gli altri, i colleghi che gli stadi li incantano: Luciano Ligabue sta fermo, carismatico in mezzo al palco; Lorenzo Jovanotti è travolgente, salta da una parte all’altra. Io non sono l’uno né l’altro. Ho pensato che alla fine farò il mio concerto, ma mi scoprirò a giugno in questo ruolo “da stadio”.
In che modo?
Ho guardato come fanno gli altri, i colleghi che gli stadi li incantano: Luciano Ligabue sta fermo, carismatico in mezzo al palco; Lorenzo Jovanotti è travolgente, salta da una parte all’altra. Io non sono l’uno né l’altro. Ho pensato che alla fine farò il mio concerto, ma mi scoprirò a giugno in questo ruolo “da stadio”.
© Francesca Binfarè-Mondo Erre
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